martedì 18 giugno 2013

Profilazione nel Web Advertising: stato dell'arte, evoluzione e confronti

In un'epoca contraddistinta dall'evidente sovraccarico di informazioni e dal pericoloso mix sfumato tra contenuto informativo e commerciale, in un momento in cui, anche online...
le aziende hanno cercato, spesso riuscendoci, di infiltrarsi negli “spazi” in cui le persone semplicemente “trascorrono” il proprio tempo, con l’obiettivo sistematico di influenzare gli atteggiamenti e le scelte in relazione al consumo di beni e all’utilizzo di servizi...  (tratto da Il social media marketing: numeri, definizioni e approfondimenti teorici)
... la profilazione assume un ruolo di massima importanza, sia a livello "etico" sia a livello strategico.

Quando parlo di "profilazione" mi riferisco, in senso lato, alla possibilità di rendere fruibili per un utente esclusivamente contenuti che siano in qualche modo pertinenti con quelle che sono le sue peculiarità demografiche, geografiche e rispetto a ciò che gli interessa ed ai bisogni che manifesta.

E' chiaro che non si può affrontare l'argomento profilazione senza tenere in conto due delle questioni più scottanti del momento: da un lato la difficilissima questione della raccolta dei dati degli utenti attraverso cui vengono costruiti i profili, legata inevitabilmente alle dispute normative sulla privacy. Dall'altro il problema della cosiddetta "filter bubble", dovuto all'eccessiva personalizzazione dei contenuti (filtrati e profilati per l'appunto) di cui si stanno cercando di comprendere ancora le possibili conseguenze (ne ho scritto QUI).

Fatta questa doverosa premessa, voglio qui soffermarmi sulla "faccia buona" del tema: è lampante, anche se spesso sottovalutato e/o percepito in maniera distorta, che una buona profilazione è la base per ridurre la dispersione informativa e la pressione commerciale per gli utenti e nello stesso tempo garantire agli "editori" un maggiore ritorno in termini di interesse e possibili interazioni con il contenuto proposto.

Concentrandoci volutamente sul capitolo Web Advertising, tali doti risultano piuttosto evidenti: se sono un uomo di 30 anni italiano, il sottopormi contenuti di tipo promozionale che offre soluzioni a bisogni di una donna di 45 anni, magari in Inghilterra, ha come unica conseguenza quella di far scattare il fatidico "allarme SPAM" e aumentare la mia indisposizione al contenitore. Se vi occupate di marketing online d'altronde saprete, forse anche meglio del sottoscritto, di come si impennino i tassi di conversione quando offrite la soluzione di un problema ad un pubblico che quel problema effettivamente lo ha...

Da qualche anno, mi occupo abbastanza spesso di campagne di comunicazione online che presentano al proprio interno strategie integrate di web advertising (raramente display, spesso search, molto spesso content marketing, nota per i professionisti). Ultimamente poi mi sto soffermando con sempre maggiore attenzione su percorsi di conversione "ibridi" e sulle possibilità di costruire community che influiscano positivamente sulla filiera ricerca/soluzione di un bisogno online e di conseguenza la profilazione è diventata pane quotidiano.

Partendo dalle possibilità offerte dalle due piattaforme che utilizzo maggiormente nella vita quotidiana di professionista del Web (Google e Facebook), ho deciso di comporre uno schema che mi aiutasse a riflettere sull'evoluzione del fenomeno.

Ne è venuto fuori una sorta di "cono" che ho chiamato (quanta fantasia che ho, vero...) "cono della profilazione"...


clicca sull'immagine per ingrandirla

Dal "cono della profilazione" emergono, a mio parere, subito alcuni spunti interessanti:
  •  la ricerca della nicchia è una necessità che accomuna etica e strategia. Il prodotto pubblicitario mass mediale appare agli sgoccioli poiché poco sostenibile per entrambe le parti coinvolte. 
  • la profilazione è sempre meno statica, sempre più dinamica, ormai quasi in tempo reale. L'avvento del mobile unito alla penetrazione massiccia dei social network sta portando ad evoluzioni fino a poco tempo fa impensabili. Gli utenti forniscono informazioni cangianti, che si evolvono rapidamente nello spazio e nel tempo e le piattaforme cercano di adattarsi per fornire agli inserzionisti spazi di intervento più convenienti. Facebook, nonostante le critiche, continua a far passi da gigante in questo senso, forte dell'enorme mole di dati a disposizione dell'open graph.
    L'action spec targeting, per esempio, è un qualcosa che vi consiglio di tenere d'occhio con la massima attenzione.

Dopo aver composto lo schema che mi ha portato a tutte queste riflessioni, ho deciso di fare un ulteriore passo avanti e, con l'aiuto di Emanuela Genovesi, compare di mille progetti professionali, ho voluto costruire una semplicissima tabella per paragonare tra loro le principali piattaforme di web advertising in relazione alla profilazione che permettono.



E anche qui mi permetto di far emergere alcune opinioni personali, su cui naturalmente vi chiedo un confronto:

  • Facebook, come già detto in precedenza, è la piattaforma che consente la tipologia di profilazione più approfondita. Io al vostro posto terrei d'occhio anche le innocue faccine recentemente introdotte... ;-)
  • Google Adwords risulta la piattaforma che, a mio parere, converte maggiormente soprattutto (e quasi esclusivamente oserei dire) su bisogni manifesti e manifestati dagli utenti sul motore di ricerca (dinamica: bisogno --> ricerca -->  soddisfazione del bisogno).
  • Il remarketing (disponibile su Google e Facebook) è la tecnica che incarna alla perfezione le due facce della profilazione: garantisce incrementi di tutte le metriche di base, ma se spinto eccessivamente e gestito male provoca danni assimilabili allo spam.
  • LinkedIn non è all'altezza. Nonostante (in teoria) la piattaforma sia colma di una certa nicchia di professionisti (are you a business man?) non ha prodotti pubblicitari di rilievo, costa caro e funziona poco (per quella che è la mia esperienza).
  • Twitter è ancora tutto da scoprire (e infatti è l'unico che non ho ancora testato con cura sul lungo periodo). Nonostante nell'ultimo periodo sia stato più volte annunciato il lancio del pannello per il self advertising, la pubblicità su Twitter rimane cosa d'elite (15.000 in 3 mesi budget minimo!) e, per lo meno al sottoscritto (peggio di S.Tommaso!), lascia qualche grosso punto interrogativo dal punto di vista dell'efficacia.
  • YouTube, se si esclude il "formato pre video", una di quelle poche robe che riesce a mettere tutti d'accordo (nel senso che il 100% degli utenti della piattaforma lo odiano a morte!), offre possibilità di profilazione piuttosto elevate, chiara eredità del targeting di Google. Purtroppo sembra che in pochi le usino...




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mercoledì 12 giugno 2013

Dal mugugno all'analisi: passi avanti a Camogli

Qualche tempo fa vi ho raccontato di come sono stato coinvolto da alcuni rappresentanti delle strutture ricettive della Città di Camogli in una giornata di formazione dedicata al "risveglio" dall'intorpidimento pluriennale della località turistica nei confronti della comunicazione.

Nei mesi successivi sono stato incaricato (insieme ad Emanuela Genovesi, mia storica collega) dall'amministrazione locale, imbeccata proprio dagli stessi operatori turistici, di condurre un'analisi sull'offerta turistica della località con l'obiettivo di fornire una sorta di identikit da cui partire per tutte le possibili iniziative future di comunicazione e promozione turistica.

Ci è sembrato opportuno focalizzarsi soprattutto su due questioni: da un lato sulla percezione che tutte le strutture ricettive e commerciali (ma anche enti, istituzioni ed associazioni) hanno di se stesse e della propria località; e dall'altro su tutto ciò che riguardo alla località, alle sue strutture, alle sue attività e alle sue peculiarità emerge in Internet(chi la cerca online? che cosa trova?).

I risultati di queste due analisi (la prima condotta attraverso questionario online somministrato a 107 attività locali, la seconda attraverso una ricerca approfondita di tutto ciò che su Internet sia in qualche modo collegabile a Camogli, lato domanda e lato offerta) sono stai confrontati tra loro per produrre una serie di conclusioni relative ai bisogni comunicativi e promozionali manifestati chiaramente da quanto analizzato.

Ieri, nella splendida cornice del Castello della Dragonara (QUI alcune foto), abbiamo presentato la nostra ricerca, gettando le basi per il primo fatidico passaggio "dal mugugno all'analisi" (per dirla con le azzeccatissime parole di Mauro Siri, direttore dell'Hotel Cenobio dei Dogi, tra i più attivi promotori dell'iniziativa).


Il primo passo, alla presenza di operatori, istituzioni, cittadini ed associazioni è stato fatto, coadiuvato anche da un intervento molto incisivo del Professor Gavino Maresu che si è concentrato sull'essenza del turismo (vi consiglio di dare un'occhiata a questo vecchio pdf in cui viene spiegato il suo "dodecaedro del turismo" applicato all'accoglienza turistica della Città di Mantova).

Ora resta da fare il grande passo, ovvero il passaggio dall'analisi all'operatività, coadiuvata da un programma strategico condiviso.

Che dite, ci riusciamo?


foto credits: Davide Papalini


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giovedì 6 giugno 2013

Fissalo bene (il social media marketing è...)

Fissalo bene.

In testa, prima di tutto.

Ma se non sei sicuro di ricordartelo, stampalo. Anzi copialo, meglio. Magari riscrivilo varie volte. Che male non ti fa.

Poi fissalo. Al muro (puntine, chiodi, nastro biadesivo, va bene tutto).

In casa, se sei un "freelance domestico".

Nel coworking di fiducia se sei un "freelance in condivisione".

In agenzia, se lavori in un'agenzia o magari ne hai una tua.

In azienda, se hai un'azienda o più facilmente se lavori nel "reparto marketing" di un'azienda.

Fara bene anche agli altri.

Fissalo di nuovo. Con lo sguardo. Ogni tanto (diciamo almeno una volta alla settimana).

Così non te lo dimentichi.

E male non ti fa.


Il Social Media Marketing è...
“creare valore per i clienti, progettando e mettendo a loro disposizione contenuti, iniziative, esperienze e possibilità pensate per realizzare contemporaneamente i vostri obiettivi e i loro bisogni.”

M. De Baggis

p.s. una volta che lo hai fissato per bene (per sicurezza ogni tanto ributta un occhio almeno alla parte da "realizzare" a "bisogni"!), puoi passare allo step successivo...


fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/angrybee/7375620


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mercoledì 5 giugno 2013

Cosa fanno i blogger per guadagnare?

In questi giorni mi è capitato tra le mani un bell'articolo sulle modalità di monetizzazione dei travel blogger, pubblicato da Peter Parkorr su Tnooz.

Se siete interessati all'argomento (del momento!), vi consiglio di dedicare qualche minuto alla lettura completa dell'articolo.

Io mi voglio soffermare invece sullo schema davvero completo, proposto dall'autore, riguardo alle attività attraverso cui guadagnano i blogger relativamente all'industria del turismo, categorizzazione che a mio avviso può tranquillamente essere generalizzata (perfetta per esempio per food, hi-tech marketing!)...


L'attività di "produzione dei contenuti" è quella che fornisce probabilmente minori possibilità di remunerazione diretta (ne avevamo già parlato da queste parti, ricordate?) ma è quella che consente al blogger di:
  • aumentare la credibilità e quindi il proprio capitale sociale, da spendere eventualmente in marketing e altri servizi (per approfondire la questione capitale sociale ti invito a leggere questo post, soprattutto nella parte in cui si cita Mafe de Baggis);
  • costruire una audience profilata ed interattiva, una di quelle cose che fa particolarmente gola oggi alle aziende.

L'attività di "marketing e promozione" è quella che genera probabilmente maggiore remunerazione nel breve periodo, ma ha una grossa controindicazione:

tende inevitabilmente a consumare la reputazione del blogger (lo schemino di Gianluca non è male per spiegarlo!) e quindi il capitale sociale faticosamente costruito e messo da parte, giorno dopo giorno, contenuto dopo contenuto.


L'attività da "fornitore di servizi" rappresenta forse la via più percorsa e quella che potrebbe garantire una remunerazione più proficua e a lungo termine. Tuttavia anche in questo caso ci sono da tenere presenti alcune questioni che mi stanno particolarmente a cuore:

un po' tutti da qualche tempo a questa parte, complice la situazione attuale piuttosto precaria del mercato del lavoro, si sono lanciati in questa "impresa".

Quattro o cinque anni fa, quando ho cominciato ad intraprendere anche io questa professione (consulente e poi formatore comunicazione online), la situazione era molto diversa, nettamente più accessibile. Oggi la concorrenza è tanta, spesso "maldestra", ed abbassa notevolmente il valore del settore, sia dal punto di vista qualitativo (proprio ieri mi sono arrabbiato parecchio per questo motivo!), sia dal punto di vista delle possibilità remunerative (in questo senso ormai siamo alla pantomima, vero Cinque Stelle Rieti...?!?).

Naturalmente chi ci è arrivato prima e si è distinto per un operato professionale non ha particolari problemi (se non qualche volta con le paranoie di clienti con esperienze negative pregresse, ed anche li torniamo al capitolo "scarsa professionalità"!) mentre chi deve cominciare oggi trova, secondo me, una strada piuttosto complicata dinnanzi a sé.


Tornando all'articolo che ha ispirato tutti i ragionamenti espressi in questo post, mi ha particolarmente colpito anche il ragionamento riguardo ai "blogger e all'acqua calda", secondo cui nulla di ciò che fanno oggi i blogger per sostentarsi rappresenterebbe una novità...
There is an interesting link between all of the ways I listed how bloggers can make money. Whether their modus operandi sits under Content, Marketing or Services, none of the methods are new, and none of them are unique to blogging. Take a good look at each item on the list. Every one existed before travel blogging came to the fore. In fact, if you just remove the words ‘social’ and ‘web’, all of them existed before the internet turned up too.


Effettivamente...

Attendo le vostre opinioni.


Fonte immagine in alto: http://www.flickr.com/photos/jorgeq82/3445354287/

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giovedì 30 maggio 2013

Di fonti, filtri e metodi alla ricerca dell'informazione professionale perfetta

E' qualche settimana che rifletto con sempre maggiore insistenza sulle modalità di fruizione dell'informazione soprattutto a livello di approfondimento su interessi professionali.

Ho sempre utilizzato i feed RSS (catalogati per argomento) per nutrire quotidianamente il mio fabbisogno di informazione, e da quando è nato Zenfeed (qui e qui per chi si fosse perso le puntate precedenti del nostro aggregatore social-semantico di feed) ho cominciato ad analizzare con grande interesse tutte le possibili dinamiche di fruizione, di catalogazione ed eventuale scoperta di nuove fonti da cui attingere informazioni.

Ultimamente inoltre una serie di articoli di Luca Conti (su Pandemia) mi hanno aiutato a prendere maggiore coscienza rispetto alla questione "overload informativo", permettendomi di confrontarmi con varie posizioni sul tema (anche piuttosto in disaccordo con la mia) e di scoprire una serie di strumenti utili a combattere la dispersione tipica del nostro settore.

Il dibattito sul sovraccarico di informazioni e sulla sua difficile gestione ha in questo particolare momento storico due capisaldi che corrispondono alle posizioni di Shirky e Pariser sulla fatidica "questione filtri".

Secondo il primo, in poche parole, la situazione critica  attuale deriva dal fallimento di una strategia di filtraggio dell'informazione.

Per il secondo, che ha coniato l'ormai celebre espressione "filter bubble", il problema risiede agli antipodi, ovvero nell'eccessivo filtraggio dell'informazione, causato da una maniacale personalizzazione dei motori di ricerca e dei social network.

Due prospettive interessanti che non ho né competenze né esperienza per validare o confutare. Ciò che posso dire riguarda una personalissima sensazione che scientificamente vuole forse dire poco ma che vorrei condividere con voi soprattutto alla ricerca di confronti costruttivi.

Se già qualche tempo fa manifestavo preoccupazione in tal senso, oggi  la mia sgradevole sensazione è quella di non trovarmi più a mio agio con alcune dinamiche della vita da professionista del settore che davo ormai per scontate. Provo a buttare giù in maniera diretta e molto spontanea quello che "sento":
  • seguo quotidianamente (tramite feed RSS come specificato in precedenza) molti dei blog italiani, francesi e spagnoli che parlano di comunicazione e marketing online. Tralasciando rarissime eccezioni, il livello globale dell'interesse che suscitano in me tutte queste letture è diminuito notevolmente. Trovo che gli argomenti affrontati siano sempre più spesso simili, se non addirittura uguali. Molto probabilmente tutto ciò dipende anche dalla mia esperienza nel settore che aumentando (se non altro a livello quantitativo!) necessita fisiologicamente di nuove fonti e tipologie diverse di approfondimento (è giusto sottolineare che eccetto rari casi di "rimpolpamento", le mie fonti sono pressapoco le stesse da almeno 2-3 anni!). E' giunto il momento di cambiare qualcosa... (detto e fatto subito, anche se ora mi ritrovo con un migliaio e passa di "ancora da leggere" al giorno, aspettando Zenfeed che metta un po' di ordine social semantico al tutto!)
  • in molti segnalano Twitter come fonte ideale di aggiornamento delle news. Per me non è quasi mai così: Twitter risente troppo dell' "effetto scorrimento". Se segui parecchi utenti, finisci per affidarti completamente al caso (con perdite di tempo che possono essere poco sostenibili) per trovare qualcosa di interessante e non sempre la "lotteria del tempo" ti premia. Le liste non sono abbastanza funzionali ed usabili e la piattaforma finisce per fare la differenza più che altro come strato sociale per eventi specifici verticali ed avvenimenti che acquisiscono una qualche risonanza mediatica.
  • Facebook? Lasciamo perdere... L'Edge Rank fa quel che può quando si tratta di contatti personali e informazioni spicciole ma fatica non poco a dare un peso a quelle notizie che dovrebbero essere importanti. Troppo filtro o poco filtro? Un po' di entrambi ma il mix non è dei più riusciti. In questi giorni poi mi è stata attivata la famigerata Graph Search che mostra enormi potenzialità lato business ma non sembra per il momento potersi occupare del problema del filtraggio delle fonti editoriali. 
  • Flipboard e simili hanno portato in auge una fruizione delle news di enorme impatto grafico focalizzandosi sull'esperienza dell'utente nella lettura in mobilità. Eppure (probabilmente è un problema solo mio!) non riesco a "sfogliare un magazine" per lavoro. E' più forte di me. E quindi questo genere di servizi lo ritengo più utile nelle fasi di relax quando si leggono le notizie più svariate senza grosse pretese di concentrazione o di elaborazione di quanto letto. Della categoria salvo, a livello professionale, Zite che grazie ad una certa ispirazione nel fornire "notizie a serendipità controllata" si rivela un prezioso alleato dal punto di vista ispirazionale. Peccato che manchi una versione web...  

Ribadisco ancora una volta che tutto ciò è chiaramente molto personale ed estremamente soggettivo.

Mi farebbe piacere confrontarmi con ognuno di voi su questi temi per capire quali possano essere soluzioni, tecniche o strategie più idonee da adottare per mantenere un rapporto proficuo con l'informazione d'approfondimento di stampo professionale.

Se vi va di dire la vostra...


fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/br5ad/8098870457


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venerdì 24 maggio 2013

Facebook può aumentare le conversioni provenienti da Google?

Facebook e Google vengono visti tendenzialmente come canali di comunicazione molto differenti, da gestire quindi in maniera diversa, discontinua e senza alcuna integrazione. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Qualche tempo fa ho letto un illuminante articolo, suggerito da Gianluca Diegoli, a proposito del cosiddetto dark social, ovvero tutto ciò che in termini di condivisioni di contenuti non passa attraverso i social network ma attraverso canali quasi impossibili da misurare (email, sms, whatsapp, ecc.).

immagine contenuta nella presentazione dello speech "Misurare l'investimento sui social: esiste il Social ROI?" consultabile e scaricabile su Slideshare

Ebbene questo articolo mi ha messo la pulce nell'orecchio a proposito dell'argomento "difficoltà di misurare". Se infatti Google Analytics, e da qualche tempo anche il Conversion Tracking di Facebook, ci forniscono dati preziosi riguardo al percorso di un utente all'interno della singole piattaforma, più difficile è cercare di capire e misurare che cosa avvenga nel passaggio di una piattaforma all'altra.

In questo senso, Google Anlytics fornisce un contributo decisivo nel decifrare il passaggio di traffico (visite) dai social network ad altre pagine web monitorate, può dirci quale è il bisogno che ha scaturito una determinata visita ad un sito (attraverso le chiavi di ricerca utilizzate dall'utente per atterrare su quella pagina) ma non può (nessuno strumento in realtà può!) per esempio farci capire come il bisogno sia stato generato nella testa dell'utente stesso.

E perché vi racconto tutto questo, vi starete domandando? Un momento di pazienza, signore e signori...

Da qualche tempo lavoro su un progetto di lead generation che io stesso ho strutturato in termini di obiettivi strategici, canali e comunicazione: marchio nuovo, servizio/prodotto nuovo, presenza spinta su Google (con investimento in Adwords) e nuova community del servizio/prodotto con possibilità di conversione diretta anche su Facebook (con investimento in Facebook Ads).

Senza scendere nei dettagli del progetto, ho notato che da quando la community di Facebook ha cominciato a funzionare in termini di risposta agli stimoli contenutistici proposti si è registrato un aumento anomalo e piuttosto consistente di conversioni da Google (sia da organico, sia da annunci sponsorizzati). L'incremento è nero su bianco, la sua causa (purtroppo) no.

Così mi sono cominciato a chiedere se tutto ciò non sia dovuto alla ottima attività di branding e community engagement su Facebook, che ha creato un nuovo percorso di conversione per gli utenti che va oltre la singola piattaforma (sui percorsi di conversione interni a Facebook ho già ampiamente dato e vi invito ad approfondire se volete).

E qui mi è tornato in mente il discorso del dark social e della difficoltà di misurare determinati passaggi.

Così ho provato a schematizzare tutti i possibili percorsi di conversione con uno dei miei soliti disegni, focalizzandomi proprio sul come, quando e perché due canali di comunicazione agli antipodi come Google e Facebook (il motore di ricerca è chiaramente utilizzato per colmare bisogni manifesti attraverso la ricerca diretta di una soluzione, il social network è  principalmente usato per restare in contatto con gli amici e per consumare contenuto supportato da dinamiche evidenti di cazzeggio!) possano entrare in contatto tra di loro in maniera produttiva.

E questo è quello che è venuto fuori...


clicca sull'immagine per ingrandire

La mia ipotesi, effettivamente difficile da provare, ma su cui mi sto convincendo sempre di più è che Facebook possa influenzare in qualche modo le conversioni provenienti da Google facendo emergere nell'utente bisogni che non erano ancora talmente manifesti da averlo portato ad una ricerca diretta (con diverse dinamiche che magari approfondisco un'altra volta!).

Facendo finta di aver dimostrato questa ipotesi e concentrandoci solo ed esclusivamente su questo percorso di conversione transmediale, ecco squillare il primo campanello d'allarme (che risponde anche ad una serie di domande che spesso mi vengono fatte sulla possibilità di creare presenze esclusivamente sociali...):
se la pagina Facebook non è fortemente connessa con la presenza fuori da Facebook (a livello di nome, marchio, immagine coordinata, url, ecc) si rischia di creare un bisogno che poi verrà colmato dalla concorrenza (che magari è messa meglio sul motore di ricerca).

Prometto che continuerò ad indagare ed intanto vi chiedo che cosa ne pensate della mia intuizione (vi è mai capitato niente di tutto ciò?)e di condividere tutte le vostre opinioni in merito.


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martedì 21 maggio 2013

Di Nutella, Nutella Day e (presunti) fallimenti social

Giuro che ho provato fino all'ultimo a resistere.
A non scrivere questo post.
Poi non ce l'ho fatta (sono un debole, lo ammetto!) dinnanzi al dilagare degli ormai celebri "titoloni all'italiana" sulla vicenda...

Non scriverò una "filippica" ma concedetemi qualche riga per esprimere la mia opinione strettamente personale maturata in questi due giorni di "fact checking" e di conversazioni in giro per il Web sull'argomento specifico.

1) La contesa non è tra Ferrero e "una povera casalinga di Voghera che ha dedicato la vita a dare visibilità gratuita al marchio Nutella" ma tra Ferrero ed una professionista del settore comunicazione (peraltro molto brava, mi dicono, e non ho motivo di dubitarne, bello anche il sito: http://www.sararosso.com/). Giusto per capire di chi stiamo parlando.

2) Non ci sono (o almeno io non le ho ancora trovate) delle spiegazioni ufficiali da parte di Ferrero. La scelta è talmente in controtendenza da meritarle non tanto per i presunti "milioni" di fan del Nutella Day (che tra 10 gg massimo si dimenticheranno tutto), quanto per capire come si ragiona negli uffici di direzione marketing di un grande brand, riguardo il controllo della marca e più che altro, in questo caso specifico, i business che possono sorgere alle spalle di essa. E fateci sapere su.

3) Nutella non perde un centesimo da questo presunto fallimento sui social. Le crisi sui social rimangono tali. E si dimenticano in fretta, come scrisse qualche tempo fa, da queste parti, Nicola Delvecchio.

4) Strategicamente parlando, si possono aprire mille scenari diversi sulla vicenda. Credo che uno dei più interessanti sia quello proposto da Roberto Venturini. Altro commento che ho apprezzato è quello di Alessandro Donadio letto pochi minuti fa su Facebook:


5) Io dico solo che scegliere tra il perdere totalmente il controllo del proprio marchio o mantenerlo totalmente fin troppo saldo nelle proprie mani, sia come scegliere tra lasciare il proprio negozio aperto ed incustodito con un cartello in strada con su scritto "ENTRATE E FATE QUELLO CHE VOLETE, E' UNA PROMOZIONE" oppure chiudere totalmente il negozio ed aprire uno di quei distributori automatici che appaiono con sempre maggior insistenza nelle nostre città: se c'è da lamentarsi puoi prendertela sempre con la macchinetta...


UPDATE: in merito poi alla vicenda specifica, secondo me è andata proprio come sostiene Ada Moretti:
Il tutto, alla fin fine, mi sa di mancato accordo (economico? Di riconoscimento? Legale? Comunque con risvolti di peso, s'intende) tra chi gestiva la pagina e l'azienda, uscito poi (anche qui, i motivi possono essere diversi e disparati) sui media nella forma in cui lo vediamo; ma è solo una mia idea, niente più.

BINGO!

UPDATE 2: a dimostrazione che da queste parti ci avevamo visto giusto, ecco che spunta l'accordo tra Ferrero e Sara Rosso, il Nutella Day è salvo e... vissero tutti felici e contenti


fonte immagine: http://www.flickr.com/photos/geishabot/2341580658


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