lunedì 30 luglio 2012

Quello strano triangolo sport, televisione e social network

Complici un fastidioso mal di gola da non far degenerare assolutamente in influenza proprio ad un passo dalle ferie e la possibilità di godersi finalmente la propria casa in uno stato semi-decente dopo un lungo trasloco, ho trascorso gli ultimi due giorni, praticamente ininterrottamente, davanti al "doppio schermo" televisione + PC sintonizzato sui Giochi Olimpici di Londra (in realtà, dal momento che non ho una televisione, il doppio schermo era dato da Rai2 in streaming + Facebook/Twitter).

Voglio condividere con voi alcune brevi riflessioni che mi sono passate per la testa in questi due giorni e che reputo abbastanza significative su questo strano triangolo fatto di sport, trasmissioni televisive e social network:

Lo sport è davvero una delle attività più emozionanti e coinvolgenti che ci siano. Ha un potenziale di "diffusione di empatia" allucinante e lo storytelling è sempre dietro l'angolo. La rimonta della Vezzali, campionessa delusa ma indomita è stata qualcosa di davvero impressionante e coinvolgente. Ma anche l'ultima freccia del non troppo atletico Frangilli che regala l'oro contro i fisicamente perfettissimi americani nel tiro con l'arco non è niente male.




Uno degli sport preferiti (tanto per restare in tema) dagli italiani (ma non solo, credo) è quello di utilizzare i social network per opinare, sempre e comunque di tutto e di tutti. In questo senso, la democratizzazione del medium di cui si parlava in questi giorni è probabilmente la causa del brusio di sottofondo ormai parte integrante dell'esperienza social. Per dirla "alla Rino Gaetano", è stata impressionante e anche un po' stucchevole la spaccatura che si è perpetrata tra... Quelli che gioiscono per le medaglie e si infuocano durante le gare più che per le elezioni politiche e Quelli che si incazzano con chi gioisce perché "è solo sport e siete tutti italiani solo in questi giorni".

Morale della favola: siamo diventati troppo polemici, sempre e comunque nella vita di tutti i giorni. Ebbene online lo siamo ancora di più. Su questo c'è da riflettere.


A proposito di "doppio schermo", ovvero del connubio tra televisione e social network in contemporanea, che sono rimasto davvero colpito dalla quantità di interazioni social in concomitanza con le gare olimpiche. Se Facebook si ritaglia uno spazio più "celebrativo" a colpi di immagini e video delle imprese degli atleti, è Twitter lo spazio di discussione prediletto dagli utenti. L'esempio più calzante di questa tendenza si è avuto prima, durante e dopo la gara della Pellegrini, accompagnata da una serie infinita e trasversale di cinguettii (non mi voglio soffermare sul sentiment dei commenti anche se a proposito di ingratitudine mi sembra che il popolo italiano non perda un'occasione...).


Devo dire che se fino a qualche tempo fa ero abbastanza convinto della forzatura "Facebook è il figlio della televisione, Twitter è il figlio della stampa", ora comincio a credere che "figlio o non figlio", Twitter sia lo strumento che meglio si può associare al principe dei mass media. E mi stupisce ogni volta di più l'atteggiamento sempre più massificato degli utenti di predisposizione passiva alla tv ed attiva ai social network, il tutto in contemporanea. In questo senso credo sia davvero interessante continuare a monitorare con attenzione le evoluzioni (anche commerciali) di questo nuovo fenomeno di massa.

Spero che gli spunti proposti possano ispirarvi qualche riflessione. Naturalmente attendo di capire che cosa ne pensate voi di questo strano triangolo e se eventualmente avete colto altri aspetti che mi sono sfuggiti e volete condividere.

Buon proseguimento e... buone Olimpiadi.


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giovedì 26 luglio 2012

Vendere su Facebook è consigliabile oggi in Italia?

La possibilità di vendere online ha, in questo momento, sicuramente un buon appeal anche per le aziende italiane. Gli ultimi incoraggianti dati indicano che gli italiani spenderanno nel 2012 circa 16 miliardi di Euro in acquisti tramite ecommerce (ricerca eMarketer), con un trend che risulta in costante crescita.

Se a questo dato aggiungiamo che secondo IAB Europe "il 48% degli utenti italiani della rete dichiara che internet li aiuta a scegliere meglio i prodotti/servizi da acquistare" e che secondo Vincos circa 22 milioni di italiani sono iscritti a Facebook oggi in Italia risulta quantomeno lecito domandarsi se sia o meno il caso di inaugurare strategie di vendita diretta sul principe dei social network.

E la domanda a cui voglio provare a dare una risposta in questo post, valutandone specifici pro e contro, è proprio "vendere su Facebook è consigliabile oggi in Italia?"

Perché si:

  • Per i numeri: oltre al numero degli iscritti di cui abbiamo già parlato è importante sottolineare il tempo medio molto elevato trascorso dentro la piattaforma.
  • Per la penetrazione anagrafica trasversale di Facebook. In poche parole, il target dell'azienda (a maggior ragione aziende che hanno prodotti da vendere!) è presente praticamente per intero dentro alla piattaforma.
  • Perché Facebook offre ormai da tempo un'esperienza web totalizzante, nel senso che cerca (e spesso ci riesce!) di trattenere l'utente all'interno delle sue pagine, scoraggiandone la fuoriuscita. A causa di questo circolo chiuso che si viene a creare, può essere interessante far compiere all'utente una esperienza d'acquisto completa direttamente all'interno della piattaforma (dalla curiosità per il prodotto fino al suo acquisto).  
  • Perché tecnicamente è funzionale. Le pagine Facebook aziendali, all'interno delle Tab/App, consentono l'inserimento di qualsiasi tipo di applicazione e quindi anche di un ecommerce con stesse identiche funzionalità di quelli sviluppati su siti esterni. L'unica ristrizione riguarda lo spazio occupabile (nelle nuove pagine portato a 810 px di larghezza).
  • Perché può essere facilmente integrato con ecommerce già esistenti. La costruzione di un'applicazione di commercio elettronico all'interno di Facebook può essere facilmente integrata con un ecommerce esistente anche fuori da Facebook. Ci sono applicazioni, anche a basso costo (cito l'italianissima Blomming) che consentono di farlo in maniera davvero facile e abbastanza user friendly.
  • Perché si può pensare di rendere l'esperienza di acquisto più "sociale" sia per l'utente sia per l'azienda. Grazie alle dinamiche ormai consolidate di Facebook (like, share, amcizia) e alla sempre maggiore "profondità" dell'Open Graph si può dare libero sfogo alla fantasia riguardo le possibilità di personalizzazione e di integrazione dell'acquisto con altre iniziative volte ad amplificarne l'impatto nei confronti dei propri contatti (penso per esempio a sponsered stories e a contest specifici)


Perché no:

  • Perché Facebook è uno strumento di entertainment (per dirla politically correct!). Impossibile da negare il fatto che per la maggior parte degli utenti il gigante blu sia sinonimo di contenuti leggeri, foto e video divertenti (troppo spesso gattini!) e molto più raramente piattaforma a cui affidarsi per l'acquisto di prodotti magari costosi, magari seri, magari che necessitano una qualche riflessione prima di essere acquistati.
  • Perché avere un ecommerce su Facebook implica (almeno) avere una pagina. E per avere una pagina "sensata" è necessario attivare delle risorse (materiali, umane e temporali!) per la sua creazione e (ancora di più) per la gestione continuativa del flusso contenutistico che vada oltre il linguaggio commerciale e l'autoreferenzialità giustamente tipica di chi promuove un sito di commercio elettronico.
  • Perché le case history di facebook commerce di PMI e microimprese in Italia non sono eclatanti. In questi ultimi giorni ho cercato di trovare casi di successo di aziende che investono in questa modalità di vendita e purtroppo sono rimasto un po' deluso. Eccetto qualche caso isolato di cui abbiamo discusso anche sulla pagina Facebook del blog, o segnalato dal magazine online dello stesso Blomming la situazione sembra abbastanza desolante. E ciò deve per forza far riflettere (naturalmente vi chiedo di condividere eventuali case history italiane nei commenti al post).
  • Perché c'è una (abbastanza comprensibile) forte preoccupazione dell'utente medio nei confronti della cessione di dati sensibili a Facebook. E per completare una transazione di acquisto è necessario "lasciare sulla piattaforma" i propri dati bancari. Questo può essere un ostacolo, rappresentando il sito web tradizionale un punto di approdo più sicuro.

A questo punto credo che la cosa più saggia da fare, per passare da un discorso generale ad una risposta specifica applicabile alle singole situazioni aziendali sia misurare il peso, volta per volta, azienda per azienda, delle singole "voci" e capire in maniera molto sincera se, a livello squisitamente soggettivo, pesino maggiormente i "perché si" o i "perché no".

In funzione di ciò credo si possa esprimere in maniera abbastanza realistica se la vendita diretta attraverso Facebook possa essere un obiettivo sensato o addirittura consigliabile oggi per un'azienda italiana.

Che ne dite? Ho tralasciato qualche passaggio che reputate importante? Ci confrontiamo?

p.s. lascio in dote ai lettori questo interessante articolo (con annessa presentazione) di Leonardo Bellini che svela i 10 segreti per avere successo nel Facebook Commerce. Purtroppo, anche in questo ottimo documento pieno di spunti, noterete la mancanza o quasi di case history italiane (per non parlare di PMI!) che lascia aperta la discussione. Attendo il vostro contributo.


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lunedì 23 luglio 2012

Social Web: un giusto momento di riflessione

Credo sia giusto ogni tanto fermarsi un attimo a riflettere per valutare la direzione che sta percorrendo il Social Web, inteso in qualche modo come movimento e se e come gli operatori del settore stiano affrontando le difficoltà che inevitabilmente sorgono da un fenomeno contraddistinto da un'evoluzione unica, rapida, imprevedibile e spesso nevrotica.

Credo che sia proprio il momento giusto per una di queste riflessioni (almeno per me, prendetela come una sorta di autoterapia...)

Le mie maggiori perplessità attuali si addensano sui seguenti punti (non in ordine di importanza ma di come mi passano per la testa, sia chiaro):
  • le difficoltà di stabilire una qualche forma di ROI, anche qualitativamente parlando, per il social media marketing, soprattutto per quanto riguarda PMI e microimprese italiane;
  • il particolare momento di evoluzione nel rapporto con il social web che vede gli esperti interrogarsi sulla consistenza, sulla frammentazione (e finanche sull'utilità) del tempo trascorso online (consiglio vivamente una lettura di  uno degli ultimi articoli di Luca Conti che manifesta proprio sensazioni di questo tipo). 
  • il difficile rapporto che sembra instauratosi tra utilizzo dei social network ed ecologia dell'informazione, per cui ci ritroviamo in un ambiente letteralmente sommerso di informazioni in cui tutti si sentono quasi in dovere di dire la propria su tutto. In questo senso fanno particolarmente riflettere le rielaborazioni collettive di fenomeni tragici o eventi mediatici eccezionali.
    La ridondanza e la banalità sembrano farla da padrone e la sensazione di "vetrinizzazione" delle esperienze social sembra svuotare l'ambiente dal valore aggiunto. In questo senso mi trovo in sintonia con le parole di Pierpaolo Panico in un commento ad un recente guest post di A.Fontana su questo blog:
"Se ci limitiamo a gettare a piggia su chiunque passi i nostri racconti, le nostre esperienze, non vi é condivisione nel mero significato della parola ma esposizione, vetrina. E purtroppo rimango ancora dell'idea che ció non sia positivo, svuoti di profonditá e autentiticitá le nostre esperienze, i nostri sentimenti". 
  • alcune forme di grave intolleranza esplose nel social web proprio in questi giorni che hanno portato ad ondate ingiustificate di insulti e minacce ai danni di professionisti che fino a prova contraria esercitavano il loro diritto di comunicare (mi riferisco ai casi Camisani Calzolari e Caterina Policaro, ben spiegati da un articolo di Roberto Scano, dal titolo piuttosto eloquente). Il problema, a mio avviso in questo caso è grave e riporta all'eterno dibattito tra libertà che può facilmente degenerare in idiozia e legge che può facilmente degenerare in censura. Difficile prendere posizione. Sempre più difficile.
Confesso di essere in un momento di profonda riflessione su tutti questi aspetti che considero critici. Mi piacerebbe che ci potesse essere un'azione collettiva di presa di coscienza che parta da chi nel settore ci lavora. Tuttavia credo che mai come oggi sia necessario uscire fuori dall'ottica del "meraviglioso mondo dei social network" e del "raccontarcela tra di noi della nicchia" e scontrarsi con quella che è la realtà con cui ci dobbiamo confrontare, a livello personale prima e professionale poi, da qui in avanti. Se il (Social) Web sta prendendo questa direzione non è colpa di nessuno.

Anzi, andando oltre, posso arrivare ad ipotizzare che ciò che emerge attraverso tutti questi segnali che avverto sia in qualche modo insito nella stessa natura sociologica e psicologica del fenomeno e stia venendo fuori in maniera prepotente al raggiungimento di alcune condizioni:
  • il numero degli utenti iscritti ad un qualche social network rappresenta ormai una percentuale enorme dell'intera popolazione (e la quasi totalità degli utenti online!); 
  • il tempo trascorso sui social network rappresenta una "bella fetta" della giornata di una persona (e la maggioranza assoluta di ciò che si fa online!);
  • a livello anagrafico la presenza sui social network è diventata realmente trasversale o quantomeno sono presenti in maniera massiccia almeno 3-4 generazioni diverse, con background, ideali ed obiettivi diversi.
E ciò sia chiaro non rappresenta per il sottoscritto né un bene né un male ma un qualcosa che non può essere ignorato.

Attendo curioso le vostre riflessioni, aperto ad ogni possibile evoluzione del dibattito. 


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mercoledì 18 luglio 2012

Marketing della preghiera [esempi pratici]

Sul "marketing della preghiera", una delle peggiori degenerazioni del social web, figlia dell' "ansia quantitativa" che attanaglia sempre di più il settore, mi sono già soffermato a livello teorico...

Oggi vado oltre e vi propongo due esempi pratici di ciò che NON si deve fare attraverso i social network (e soprattutto su Facebook):

1. Esempio di "Marketing della preghiera" attraverso creazione di evento fittizio su Facebook con multiplo invito privato personale e conseguente notifica "molestatrice".



2. Esempio di "Marketing della Preghiera" attraverso messaggio postato su pagina facebook (nella fattispecie la pagina del mio blog) in modalità pubblica. Alla mia risposta è seguita la cancellazione del post... (strano!)


Conclusione?

Sempre la solita storia: nuovo strumento, vecchio paradigma.


p.s. oggi ne abbiamo discusso anche su Facebook, sia QUI sia QUI.


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martedì 17 luglio 2012

Una Web Marketer a S.Francisco [guest section]

Ho il piacere di ospitare oggi, per la prima volta e dopo un lungo periodo di "corteggiamento", la mia dolce metà professionale Emanuela Genovesi Picasso (chi ha avuto a che fare professionalmente con il sottoscritto sicuramente conosce Emanuela, almeno per "sentito dire"), partita da qualche giorno alla volta degli States per un'esperienza formativa.

"Una Web Marketer a S.Francisco"
vuole essere una guest section periodica del blog in cui Emanuela ci racconti la sua esperienza tra corsi di formazione altamente professionali, startup, venture capitalist, eventi e business networking in una delle capitali mondiali dell'ICT.

Io, conoscendola, dico che ne leggeremo delle belle...



Un saluto a tutti voi da San Francisco, ringraziando Paolo per l'opportunità di tenere questa rubrica sulla mia esperienza in Silicon Valley. Cercherò di farlo riportandovi idee, spunti, possibilità e curiosità da questa vulcanica zona del mondo che negli ultimi anni, in totale controtendenza con il mercato circostante, ha continuato a crescere e a portare innovazione soprattutto nel settore ICT.

In questo esordio voglio raccontarvi del primo impatto con la città e quelle che sono le caratteristiche che mi hanno colpito.

Lo scontro è abbastanza scioccante, tra fuso orario, lingua, differenze culturali, culinarie e avanti cosi. La prima cosa che colpisce è la disponibilità e l’apertura delle persone, ti fermano per la strada chiedendoti come stai, come è stata la tua giornata di lavoro, e all’inizio sembra davvero strano!

Questo si riporta anche nel mondo business, perché la possibilità di creare partnership qui appare davvero alta. Le persone sono collaborative e aperte ad ascoltare quello che hai da proporre (value proposition), perché sono davvero interessate a collaborare con persone di valore.

Tutti i giorni vengono organizzati eventi di ogni tipo, dove è possibile conoscere persone, stringere partnership, trovare investitori. La cosa difficile è che spesso questi eventi si traducono in un'accozzaglia di persone con obbiettivi diversi che producono un'evidente confusione.

La necessità è quella di far emergere il proprio valore in poche parole, mentre la difficoltà è quella di distinguere quali sono gli eventi giusti a cui partecipare e quali sono i contatti che possono essere davvero utili: il rischio è la dispersione di tempo. In ogni caso fondamentale è armarsi di biglietto da visita e iniziare ad interagire con le persone prima e dopo gli eventi. Gli stimoli arrivano a valanga e piano piano si inizia a capire come orientarsi.

Un altro elemento che vorrei porre all’attenzione è la penetrazione dell’utilizzo degli strumenti mobile: qui davvero tutti utilizzano uno smartphone e questo permette di realizzare strategie di marketing funzionali attraverso questi device.

Ovunque sono presenti QRcode, e riferimenti a Facebook, Twitter, Linkedin, Pinterest, e chi più ne ha più ne metta. Se si guardano le mappe di applicazioni come Foursquare o simili, si ha la possibilità di vivere molteplici tipi di user experiences. Forse ci sono troppi stimoli, ma a differenza dell'Italia, dove si ha la sensazione che tutto nasca dalla volontà di una singola azienda di porsi come innovatrice, l’interazione qui è reale, vissuta e si percepisce per davvero.

Le motivazioni che spingono gli utenti all’utilizzo non sono solo legate all’entertainment, ma spesso è la funzionalità del mezzo che permette di accedere ad un servizio in maniera più veloce ed efficace, ad esempio per evitare banalmente una coda: time is money!

Gli utenti si relazionano costantemente con le aziende e con l'advertising che li circonda attraverso i propri device: è possibile prenotare il caffè attraverso un’applicazione e le persone lo fanno davvero e dall’altra parte il commerciante che riceve la richiesta sa come gestirla e non è spiazzato dall’utilizzo di queste tecnologie alternative, semplicemente perché si integrano in maniera semplice nel suo flusso di lavoro.

Questo non è per criticare il nostro paese. Non siamo gli USA e non lo saremo mai. Sicuramente qui esistono più possibilità, ma anche la concorrenza è alta e per raggiungere risultati bisogna lavorare sodo e non lasciarsi abbattere dalle sconfitte.

Un’altra caratteristica che mi ha affascinato degli americani e il diverso approccio che hanno al fallimento, che viene visto come un elemento di crescita da cui imparare e sul quale non versare troppe lacrime. Lo spirito è quello di rimboccarsi le maniche e ricominciare da capo imparando dai propri errori.
Sicuramente in questo ambiente si possono raccogliere tanti stimoli e idee che potrebbero poi essere ricontestualizzate sul nostro mercato e sul nostro target, anche perché gli italiani sono molto diversi dagli americani (e in alcuni casi, lasciatemelo dire, meglio così!).

Nelle prossime settimane ho in programma, alcune interviste, numerosi eventi e interessanti visite ad aziende come Google e Facebook, vi farò sapere quali sono le mie riflessioni. A presto!



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lunedì 16 luglio 2012

Nuovi strumenti vecchi paradigmi

Nuovi strumenti. Vecchi paradigmi...

I nuovi strumenti sono Facebook, Twitter, YouTube e persino Pinterest.

Sociali? Senza dubbio. Democratici? Abbastanza. Bidirezionali? Assolutamente si.

I vecchi paradigmi sono l'aggressione, l'invasione, la ridondanza, l'idea di occupare lo spazio davanti agli occhi delle persone, il più possibile e senza alcun ritegno.

Sociali? Poco. Democratici? Ancora meno. Bidirezionali? Assolutamente no.

E così capita che azioni molto creative, di grande impatto visivo, messe in piedi su canali considerati smart, lascino in eredità qualche sensazione (per lo meno) contrastante. Ed è un peccato.

Dalla teoria alla pratica?
  • Più twitti con l'hashtag giusto, più scopri le location dei concerti segreti, più ne vinci i biglietti, con il Ticket Hunter di LG;
  • L'invasione (a pagamento) di YouTube da parte di PrezziPazzi.com con tanto di utenti infuriati (ma come non conoscete Tere Bongio?!?).

Che ne dite? Riusciremo mai a modificare le dinamiche di questa "non evoluzione"?


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giovedì 12 luglio 2012

Dalla "social influence" alla commercializzazione della condivisione

Ogni giorno, in ogni parte del Social Web, si sente parlare con sempre maggiore enfasi di social influence.

E naturalmente neppure nel Bel Paese, storicamente patria di santi, poeti, navigatori, commissari tecnici ed ora social media specialist sono mancati accesi diverbi sulle possibilità di "inserire" tale fenomeno psico-sociologico in operazioni di marketing sociale.

La polemica, piuttosto partecipata, è sorta intorno ad iniziative di social media marketing votate proprio al coinvolgimento dei cosiddetti influencers (soprattutto blog tour ed eventi/progetti di blogger engagement), realizzate ultimamente con una certa continuità dalle web agency considerate più "sveglie".

Fenomeni come quello di Klout, di cui abbiamo discusso anche in questo spazio, sembrano essere solo l'ultima evoluzione (degenerazione?) del desiderio di stabilire una scala gerarchica di "potere mediatico" basata proprio sul livello di importanza (e quindi di ipotetica influenza sociale!) individuale.

Facendo un passo indietro è giusto sottolineare che alla base delle teorie della social influence ci sono due distinte correnti di pensiero sviluppatesi in due approcci diversi (anche complementari volendo) al marketing sociale:
  • secondo Gladwell il segreto sta nel coinvolgimento di una piccola community di persone con un alto numero di "seguaci". In questa modalità ritroviamo gran parte delle strategie attuali che puntano ad ingraziarsi il favore del/degli opinion leader della specifica nicchia di mercato con l'idea che una volta raccolto il favore del "capo branco" si raccoglierà, di rimando, anche quello degli altri membri del gruppo;
  • Watts invece allarga la "legge dei pochi" arrivando a sostenere che il vero segreto stia nel riuscire a coinvolgere molte persone, inserite in piccoli network orizzontali (connotati quindi da rapporti di parità e non gerarchici). In questa modalità ritroviamo l'essenza del passaparola (indistintamente offline ed online) con la costruzione di community orizzontali intorno a brand e prodotti con l'idea che l'influenza che spinga all'acquisto non arrivi né dal marchio (pubblicità), né da utenti privilegiati per competenza, consapevolezza ed abilità ma dal contatto con nodi della rete molto vicini.
In realtà, questi due approcci continuano ad essere più o meno proposti da agenzie (e richiesti da aziende) in maniera abbastanza sovrapposta ed indistinta anche perché le statistiche sono discordanti su quale sia effettivamente il modello più funzionale.

Che dipenda dall'obiettivo specifico della singola iniziativa? Io dico di si...

Probabilmente (ecco la mia opinione personale) il coinvolgimento degli esponenti elitari di una nicchia di mercato (che poi sono coloro i quali quella nicchia la conoscono meglio, a tal punto da produrne ed organizzarne parzialmente il flusso informativo) può essere utile nella costruzione sociale del brand e nella creazione di relazioni indispensabili nel processo di crescita "pubblica" di un'azienda (o di un marchio).

La stimolazione della peer recommendation può invece fare la differenza nell'influenzare il processo di acquisto diretto da parte dei consumatori. In questo senso i legami forti sono sicuramente più redditizi, dato che questa tipologia di "capitale sociale" non può che essere basata sulla fiducia.

C'è da dire anche che è difficile tracciare una netta distinzione tra i due approcci anche perché sono sempre di più le ibridizzazioni (forzature?) tra i due alla ricerca della formula perfetta.


Per testimoniare ciò vi voglio far riflettere su due esempi abbastanza significativi.

In questo periodo mi sta capitando di gestire la comunicazione online di un paio di aziende che producono prodotti per nicchie ben definite in cui si sono sviluppati, all'ombra degli storici blog del settore (scritti dai veri opinion leader!), una serie infinita di piccole realtà "editoriali". Non passa giorno in cui entrambi questi marchi non ricevano richieste di questa categoria di blogger che richiedono direttamente l'invio di campioni di prodotti per poterli recensire e parlarne nei propri spazi, sfoggiando cifre da analytics e cercando in qualche modo di quantificare la propria audience ed il proprio capitale sociale spendibile (o forse dovrei dire acquistabile?).

Tralasciando il fatto che bastano un occhio minimamente esperto ed una rapida analisi per "smascherarne" la pochezza in termini proprio di capitale sociale, mi sembra che quanto accade dimostri una tendenza degli utenti a volersi ergere autonomamente a "capi gruppo" per motivi indubbiamente utilitaristici. Il tentativo di passaggio forzato da "una sponda all'altra della social influence" (concedetemi la metafora) risulta tanto chiaro quanto poco utile alle aziende (ribadisco, secondo la mia esperienza/opinione personale).

Altro esempio che secondo me calza a pennello riguarda invece la pensata del team di The Fancy, emergente social network profondamente votato all'ecommerce (ne parla in questo bel articolo Stefano Mizzella) che ha deciso di puntare forte sulla stimolazione della peer influence, attraverso piccoli incentivi economici diretti. In poche parole, ogni volta che un utente, attraverso la condivisione di immagini, porta alla generazione di una vendita di un prodotto dalla piattaforma, riceve il 2% del prezzo pagato.

Siamo dinnanzi ad un tentativo di commercializzazione totale della condivisione, pilastro indiscusso del Social Web?

Dobbiamo cominciare a preoccuparci per la salute di un ambiente che sta già soffrendo i primi sintomi di una saturazione (prima di tutto dei contenuti) accentuata da un'evoluzione troppo rapida e nevrotica per essere metabolizzata?

Credo che a questo punto si prospetti una sorta di bivio che impone ai professionisti della comunicazione, alle aziende, agli utenti comuni ed agli stessi social network una serie di scelte non da poco.

In gioco ci sono credibilità, sostenibilità ed il futuro di un intero settore. Forse conviene cominciare a riflettere...


UPDATE: tra le peggiori degenerazioni, figlie di questo "strano momento" del social web, mi ero dimenticato di citare Fiverr. Una roba allucinante.


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martedì 10 luglio 2012

Twitter e musica: riflessioni e link utili dal #TTT06/Ge

Il #TTT, portato per la prima volta a Genova da un team coordinato dal sottoscritto, mi ha lasciato in eredità alcune sensazioni che non potevo non condividere su questo spazio, unite a quello che è stato prodotto "materialmente" nella bella serata.

Il percorso che ci ha portato alla realizzazione di questo evento ibrido tra online e offline (aperitivo + collegamento e intervento alla trasmissione web-radiofonica @Twittamidinotte + interazione live con altre città tramite Twitter) è stato davvero peculiare e connotato soprattutto da velocità e sana improvvisazione. Il risultato (dopo mille peripezie tecnico-logistiche superate!) è stato positivo perché:
  • in pochi giorni si è creato uno "zoccolo duro" che ha messo in piedi una manifestazione abbastanza complessa, seppur piccola (ringrazio infinitamente in questo senso Emanuela Trogu, Luca Rovere ed Edoardo Schenardi);
  • i partecipanti (tutti raccolti in questa lista di Twitter) si sono dimostrati entusiasti e non sono mancati profondi attestati di stima per l'organizzazione;
  • i cantanti, coinvolti direttamente (e intervistati in diretta nella trasmissione, dal minuto 64 in poi) hanno tratto dei benefici diretti ed istantanei dalla loro partecipazione (se non altro in termini di formazione);
  • i temi trattati, seguendo un iter a metà tra il canovaccio preimpostato e il "va dove ti porta la serendipità" sono stati molti, appassionanti ed hanno portato alla luce diverse case history su cui riflettere;
  • ultimo (ma non ultimo), i media locali si sono dimostrati molto attenti all'evento tanto che il sottoscritto è stato intervistato in diretta radiofonica la mattina prima dell'evento ed è stato contattato da diversi giornalisti locali desiderosi di capirne di più.

Sono emersi molti temi interessanti, tra cui mi sento di sottolineare:
  • le possibilità per un cantante/gruppo musicale anche "piccolo" di ritagliarsi il proprio spazio di visibilità online (e perché no una fetta di mercato, magari di nicchia e magari all'estero);
  • l'esigenza nel differenziare la comunicazione a seconda del tipo di piattaforma (nel caso specifico il social network) utilizzata per comunicare, evitando le ridondanze e concentrandosi sull'idea del "pochi ma buoni", anche nell'ottica di un "fai da te" molto dispendioso per artisti alle prime armi;
  • l'idea di poter utilizzare uno strumento come Twitter per concentrarsi su una tipologia di comunicazione più qualitativa e meno legata all'entertainment spinto (e poco proficuo commercialmente) che sembra dominare Facebook.

Avevo inoltre promesso ai partecipanti di condividere proprio
una "lista" di spunti che sono emersi e ho pensato che fosse una buona idea renderli pubblici per stimolare ulteriormente il dibattito. Ve li riporto qui di seguito sotto forma di link:

Segnalo che dell'evento ha parlato con tono entusiastico anche Edoardo della farmacia italiana più famosa su Twitter!


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lunedì 9 luglio 2012

Quando il vino da sociale si farà... "social"? [guest post]

Nuova graditissima incursione dei ragazzi di Volta Marketing sul blog. Oggi si confrontano con noi, presentando alcuni dati emersi da una ricerca sulla situazione del marketing online nel settore del vino in Italia. Buona lettura!

Alcuni impegni lavorativi ci hanno portato ad analizzare il mondo dei produttori di vino italiani sul web e in particolar modo sui Social Network e vogliamo condividere con voi alcune riflessioni.

L’Italia, sempre in lotta per il primato con la Francia, è il secondo paese al mondo per produzione e vendita di vino, ma non si rappresenta come tale sul Web. La presenza in rete delle aziende vinicole è di gran lunga minore rispetto alle aziende operanti e le presenti, ad ogni modo, non si mostrano molto consapevoli delle potenzialità offerte dalla Rete.

Grafico 1: percentuale aziende vinicole su Facebook 

Su un campione di 40 aziende vinicole analizzate sul Web (grafico 1) il 56% delle aziende prese in considerazione non ha avviato nessun tipo di strategia di comunicazione su Facebook. Su Youtube la situazione è pressoché la stessa: quasi la metà delle aziende oggetto del nostro studio non presenta alcun canale e/o contenuto (grafico 2). Cambiando strumento, purtroppo i risultati non cambiano.

Grafico 2: aziende vinicole e contenuti su YouTube

Per quanto riguarda i siti internet (delle aziende vinicole interessate dall'analisi), risulta piuttosto palese una mancanza evidente di qualità. Difficile affermare che rispettino gli standard ormai richiesti dall’utente: i siti analizzati sono, per lo più, "biglietti da visita", appena accettabili dal punto di vista del contenuto e della grafica, ma privi quasi totalmente di strumenti di interazione "social” per coinvolgere il cliente.

Grafico 3: aziende vinicole ed e-commerce


Incredibile ma vero, sono ancora pochi i produttori di vino che guardano con interesse alla vendita online. La quasi totalità dei siti presi in esame non presenta un e-commerce, perdendo un ulteriore opportunità di vendita diretta e di fidelizzazione (grafico 3).

Nell’ultimo anno l’e-commerce ha registrato il +18%, per una spesa totale di circa 9 miliardi di euro, dove il settore “wine & food” presenta i migliori margini di sviluppo. Quello che le cantine non sanno, insomma, è che la sola presenza sul web non basta a mantenere o sviluppare il portafoglio clienti. Bisogna fare molto di più: il sito, il blog, la presenza attiva sui principali social network, la pubblicità online, l’e-commerce devono essere considerati parte integrante e fondamentale del marketing strategico e competitivo di ogni cantina.

La proposizione integrata di strategie di social media e di e-commerce, due dei terreni su cui il vino italiano stenta di più, pare essere proprio una delle carte vincenti del domani.

Riadattando la citazione di Anthony Putman “Il 1992 sarà l’anno in cui prenderete seriamente in considerazione il marketing?”, oggi potremmo dire “Il 2012 sarà l’anno in cui prenderete seriamente in considerazione il Web Marketing?”


Questo articolo è scritto da Volta Marketing & Comunicazione, gruppo di giovani consulenti di Marketing, specializzati in Web Marketing, Social Media Marketing e Gestione del Crm. Volta è presente su FacebookTwitter e Pinterest dove si confronta con i propri utenti e gli esperti del settore.


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mercoledì 4 luglio 2012

Il #TTT (anche) a Genova: intervista a Miriam Torrente!

E' successo tutto molto rapidamente, come spesso accade in questo nostro settore contraddistinto da una velocità frenetica spesso deleteria, a volte appassionante. Proprio come questa.

Un'idea, un contatto, poi un altro e, a distanza di qualche giorno, ecco che anche Genova si unisce al bel progetto tutto "Twitter e cultura digitale", creato da Miriam Torrente in quel di Lecce e ampliatosi fino a coinvolgere altre 6 città italiane.

TTT, questo il nome del progetto, dove ogni "T" ha un senso ben preciso: Twitter, Tips & Tricks. Il format, un ibrido tra il corso di formazione specializzato e l'evento all'insegna del networking con sfumature on e offline è giunto alla sua sesta "puntata".

E proprio da questo sesto appuntamento, venerdì 6 luglio parte anche l'avventura genovese. Saremo online, collegati via Twitter con le altre città e via Skype con una puntata speciale della trasmissione fenomeno (web)radio  del momento @Twittamidinotte, che scandirà in diretta i tempi dell'evento. E saremo offline on un aperitivo che si terrà nella bella cornice del Vernissage Bistrot di Via Nino Bixio 10r(Carignano), dalle 18.30 alle 21.30


Twitter e la Musica: si parlerà di come Twitter stia cambiando il mercato musicale nel mondo, si illustreranno i vantaggi che questo servizio di microblogging, fondato da Dorsey, offre a tutti i professionisti del settore e a tutti gli ascoltatori e amanti della musica.

Un'occasione da non perdere soprattutto per musicisti, cantanti e deejay che avranno la possibilità di partecipare (dalle singole città e quindi anche da Genova) in diretta alla trasmissione, presentandosi, scambiando pareri con i conduttori e guadagnandosi un po' di visibilità nazionale (che non guasta mai). E poi c'è sempre Twitter che permette di seguire anche a distanza l'evento (hashtag rigorosamente #TTT06!).

La partecipazione all'evento costa solo il prezzo dell'aperitivo che ci berremo (con grande piacere) insieme e dal momento che è indispensabile per noi avere una lista dei partecipanti (per ovvi motivi logistici) vi invitiamo ad iscrivervi a QUESTO LINK.


Inoltre, per cercare di approfondire al massimo quali siano gli obiettivi e le specifiche del progetto, ho deciso di fare una chiacchierata con Miriam Torrente, che in fin dei conti, essendo la "mamma" del TTT, è colei che conosce al meglio questa "creatura".


Che cosa è esattamente il TTT, come nasce, come si evolve e con quali obiettivi?

Il TTT- Twitter Tips & Tricks è un evento nazionale in contemporanea in diverse città dedicato agli appassionati di Twitter. Esperti del noto servizio di microblogging e amanti del cinguettio online si incontrano per mettere a confronto le proprie idee su Twitter e sui temi di attualità. Ogni TTT avrà un argomento dominante specifico (es. "Twitter e la musica", "Twitter e il giornalismo", ecc.), un dato evento importante raccontato su Twitter o particolari Trending Topics.

Questa iniziativa è nata a Lecce nel mese di novembre con il supporto di Torino. L'idea iniziale era di fare dei corsi di formazione avanzata sull'uso di Twitter in contemporanea da Lecce e Torino e sfruttare il microblogging e il live twitting per comunicare tra le due città. Twitter è un Social Media poco diffuso rispetto a Facebook in Italia e molti degli utenti che lo utilizzano non riescono a farlo in maniera ottimale, quindi ci siamo posti come obiettivo insegnare ad utilizzare e diffondere le potenzialità di Twitter agli utenti più inesperti.

Abbiamo fatto 2 edizioni a Lecce (#TTT01 e #TTT02), alla terza è entrata Torino (#TTT03), alla quarta Roma (#TTT04), alla quinta edizione sono entrate Messina e Bologna (#TTT05) e alla sesta (#TTT06) Genova e Milano.

Il TTT è un esperimento sociale continuo e siamo ancora alla ricerca della piattaforma giusta e del format giusto. Ogni edizione cresciamo e miglioriamo. Il nostro obiettivo principale è diffondere l’evento su tutto il territorio nazionale ed in un futuro anche internazionale.


Partiti da Lecce, la tua idea ha già coinvolto tweetangels di 6/7 città italiane fino ad arrivare all'incontro con una trasmissione (web)radio, fenomeno del momento come #twittamidinotte. Dove può e vuole arrivare tutto ciò?

Vogliamo creare un network d'esperti di Twitter tra le diverse città d'italia. Il TTT deve essere un momento d'incontro tra persone appassionate di Twitter in ogni città con la finalità di creare un dibattito online (tra i partecipanti delle diverse città) e offline (tra i partecipanti della stessa città) su diverse tematiche d'attualità.

Una buona conoscenza del web e di tutti i social Media ci può aiutare a migliorare il modo di comunicare, informare ed interagire. Con il TTT vogliamo creare e diffondere una cultura digitale, trovare un linguaggio comune e creare fonti attendibili d'informazione.


Il formato "online + offline in tempo reale" sembra prendere piede. L’ibrido tra eventi e trasmissioni in contemporanea dentro e fuori dal Web, può essere un importante nuovo trend per il settore?

Assolutamente si. Internet e i social Media sono dei potenti strumenti per costruire relazioni, per comunicare e per diffondere informazione in tempo reale. Il TTT vuole sfruttare tutte queste potenzialità e creare un evento unico e diverso di tutti quelli esistenti.

La creazione di un network online è molto importante ma quello che veramente importa sono le relazioni reali. Il TTT è un evento dove si sta creando un network di persone in ogni città e tra diverse città d’Italia. Il filo di unione di tutti i partecipanti è la passione per Twitter e per tutti i Nuovi media. Tutti i partecipanti partecipano un po’ per passione, per migliorare l’engagement, incrementare il numero di followers e creare un network tra persone fisiche con interessi comuni.

L’esito del TTT è poter passare qualche ora insieme a persone che hanno i nostri stessi interessi e imparare e interagire con altre persone in contemporanea.


Miriam Torrente è...
una donna imprenditrice, curiosa, intuitiva, sognatrice e amante delle nuove tecnologie, il mondo delle startups e il web 3.0. Catalano/Salentina con base a Lecce. Grazie a tutte le possibilità che offre il web si trova a lavorare da Lecce, la città dei sogni, lu sule lu mare e lu ientu.


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lunedì 2 luglio 2012

Pubblicità su Twitter: anteprima del nuovo pannello

Dopo l'articolo/esperimento sui promoted post di Facebook (con tanto di risultati), oggi voglio concentrarmi sulla pubblicità all'interno di Twitter e fornirvi alcune informazioni su come funzionerà la nuova piattaforma self-service per piccoli inserzionisti (attualmente la pubblicità su Twitter è destinata ad account premium e regolata da un contatto diretto con i gestori tramite form).

In realtà non ho ancora avuto la possibilità di testare personalmente le campagne in quanto il lancio dello strumento pubblicitario è avvenuto, in beta, solo negli USA (con una partnership con American Express) ma sono riuscito a scovare chi invece ha avuto il privilegio di provarlo in anteprima e commentarne le riflessioni più significative.


La profilazione

Una delle perplessità che ha da sempre accompagnato nella mia mente il connubio "Twitter-pubbicità" (se usciamo dalla questione business model dei social network, ma quella è un'altra storia!) riguarda proprio le eventuali opportunità di profilazione delle campagne.

Se Adwords profila soprattutto per parole chiave (o siti visitati) e geografia e Facebook Ads per interessi, anagrafica e geografia, Twitter per il momento permette solo ed esclusivamente una profilazione per target geografico.

In questo senso, le mie perplessità permangono e sono legate alla possibile difficoltà di "far vedere" il tweet sponsorizzato a chi potenzialmente interessato a quello che è il suo contenuto.

Facendo qualche test ho notato che, per il momento, i promoted tweet appaiono in timeline dopo una ricerca correlata, anche se provengono da un account che non si segue (mentre emergono anche senza una specifica ricerca se sono prodotti da un account che si sta già seguendo). Per gli account sponsorizzati, invece può valere oltre la profilazione geografica, anche la correlazione con quello che si sta già seguendo, ma su questo non sono ancora in grado di fornirvi ulteriori specifiche.



I Formati

Per il momento sono disponibili due formati: i promoted accounts e promoted tweets. I primi consentono di promuovere un account Twitter, facendolo apparire nel box dedicato "chi seguire" in alto a sinistra della pagina. I secondi invece danno visibilità al tweet che si vuole promuovere direttamente nelle timeline e nelle ricerche degli utenti.


I costi

Dei costi della pubblicità su Twitter si è già discusso su questo spazio. Oggi possiamo fornire finalmente dati certi:
  • promoted accounts funzionano a CPA (costo per acquisizione del fan) e hanno un costo compreso tra 0,50 $ e 2,50 $ (questo è il costo minimo, in realtà si può offrire anche di più con meccanismi che potrebbero essere simili alle aste di Adwords e Facebook Ads).
  • i promoted tweets funzionano a CPC (costo per click) e hanno un costo compreso tra 0,50 $ e 1,50 $ (questo è il costo minimo, in realtà si può offrire anche di più con meccanismi che potrebbero essere simili alle aste di Adwords e Facebook Ads).
  • per entrambi i formati si può scegliere un budget giornaliero (anche minimo).



Altre riflessioni

Da quello che ho potuto leggere ed osservare le statistiche di questa tipologia di pubblicità sono in tempo reale e l'attivazione della campagna risulta essere immediata. Giusto sottolineare anche la semplicità del pannello di controllo che appare molto user friendly. Per quanto riguarda i risultati però non ci si può sbilanciare più di tanto e converrà attendere qualche ulteriore test (magari finalmente nostrano) per esprimersi.



Che cosa ne dite? Vi attira questa possibilità di advertising offerta da Twitter?

Discutiamone insieme...


Se volete leggere tutto l'ottimo post da cui prende spunto e immagini questo articolo (e avete un discreto livello di francese), eccolo: http://www.kriisiis.fr/index.php/jai-teste-la-solution-de-publicite-cle-en-main-de-twitter-compte-sponsorise-etc/


UPDATE: mi segnala la sempre attenta Cristina Simone che ha appena visto direttamente in timeline un tweet sponsorizzato di Martini, senza essere follower dell'account. Stiamo cercando di approfondire insieme la questione. Vi teniamo aggiornati.



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