giovedì 30 agosto 2012

Twitter e fake followers tra apocalisse e poesia

Credo che la corretta interpretazione di tutto il caotico e oramai stucchevole ambaradan su Twitter ed i fake followers possa situarsi in una posizione intermedia tra l'apocalittico nido popolato da falsi account che avvelenano lucrosamente la piattaforma e deviano la società...
Nella società odierna, così come dimostrato in altri casi, i grandi numeri sono la miglior pubblicità che un'azienda o un personaggio famoso possano avere. Il numero è la carta vincente. Il numero è business. (...) Il tema diventa molto rilevante se si pensa a quanto cambi la "quotazione" di un Vip in relazione alla propria celebrità. La pratica di creare account falsi, a volte, viene attuata dagli stessi marketing-manager del Vip, aiutando la chiusura di lucrosi accordi pubblicitari.  
da "Twitter: un nido popolato da fake account" de LaStampa.it

... ed il poetico raggruppamento, quasi intimistico, di utenti timidi a tal punto da preferire l'ascolto passivo a qualsiasi forma di intervento che vada oltre il log-in...
Twitter defines active accounts based on logins, not frequency of tweets (apps like StatusPeople's can't see logins). Twitter has just north of 140m "active" users that log in at least once a month. Of those 140m, about 40% only read tweets. Tweet-shy accounts, [Twitter spokesperson Carolyn Penner] said, "generally follow and engage with a lot of accounts" — a trait that StatusPeople's tool takes as a sign of fakeness. Throw in the fact that many of the largest accounts are on the Suggested User List, which helps skew their bases toward read-only users, and Obama's "70% fake" figure starts to make a lot more sense. 
da "Your Twitter Followers Aren't Fake, They're Just Shy" di Buzzfeed.com

Buon senso mai, vero?


immagine in alto: "Giudizio Universale", Cattedrale Munster di Berna, scattata dal sottoscritto nel suo periodo offline


LEGGI TUTTO L'ARTICOLO E COMMENTA

martedì 28 agosto 2012

Il (social) paradosso Ryanair

Da consumatori potremmo stare a discutere per ore ed ore su Ryanair e sulla sua politica molto intransigente e assai discutibile per quanto riguarda tasse aeroportuali, limiti sul peso dei bagagli, stampa del check-in online, qualità del servizio e... chi più ne ha più ne metta.

Da esperti di comunicazione online potremmo stare a discutere altrettanto della totale assenza di (social) customer care, dell'evidente stato di abbandono della pagina Facebook (ufficiale?), sulla non politica attuata dalla compagnia sui social network e chi... più ne ha più ne metta.

Eppure, anche se si vanno a curiosare gli oltre 25.000 commenti scaturiti dall'ormai celebre post di denuncia di Suzy Mcleod, paradossalmente ce n'è una piccola ma significativa percentuale che difendono la compagnia aerea. Se poi, nonostante tutte le polemiche (e questo è solo l'ultimo caso in ordine di tempo!), leggo anche che l'azienda a chiusura esercizio 2011/2012 ha registrato un utile del +25% e un fatturato del +19%, mi faccio qualche domanda.




Anzi me ne faccio una sola. E ve la giro:

Una grande azienda, diciamo già affermata e diciamo pure stabile economicamente, ha l'obbligo di utilizzare i Social Network per offrire (almeno) risposte ai propri (non pochi) clienti oppure può permettersi di "passare la mano" disinteressandosi totalmente del canale e di conseguenza delle richieste dei propri clienti?

Magari mi aiutare a rispondere...


LEGGI TUTTO L'ARTICOLO E COMMENTA

lunedì 27 agosto 2012

Il viaggio e la pedagogia dell'inaspettato

In questo periodo di riposo fortemente bramato e trascorso un po' per caso "zingarando" tra Francia e Svizzera, in assoluto distacco dal Web, ho scoperto alcune cosette che mi andava di condividere. Una serie di sorprese figlie di quell'impareggiabile strumento di "pedagogia dell'inaspettato" che risulta essere il viaggio.

Sulla... piacevolezza dell'acqua dolce
Il binomio semantico "acqua-divertimento" può NON essere completato per forza da "mare". Ed il sottoscritto che da ingenuo lupacchiotto d'acqua salata ha sempre inserito laghi e fiumi nella categoria "che barba che noia" si è dovuto ricredere. Eccome. Dulcis in fundo...

Sul... che poi alla fin fine siamo tutti cugini
Le rimpatriate famigliari, si proprio quelle da oltre 50 parenti/amici/amici dei parenti/parenti degli amici... provenienti da ovunque, dove persino i rami più intricati degli alberi genialogici più complessi vengono sciolti e dove rigorosamente per almeno un paio di giorni è vietato arrestare la dinamica del "mangia-bevi-dormi" in compagnia (ripetuta n volte!), non sono un'esclusiva dell'Italia che va da Roma in giù. Devo anzi ammettere che Oltralpe riescono a fare cose molto apprezzabili anche in questo senso. I 3-4 kg che mi porto appresso in più da qualche giorno ne sono lampante testimonianza.

Del... miracolo sull'ottavo fiume
Se pensate, come pensavo io fino a qualche giorno fa, che nel 2012 non esistano più fiumi urbani dalle acque limpide forse vi conviene fare un salto a Thun (ma anche a Berna) e scoprire la magia dell'Aare. Anzi, se proprio volete fare una cosa diversa dal solito (per me incredibile) arrivate a Thun, magari in treno, portatevi un canotto gonfiabile e fatevi trasportare dalla corrente di questo affluente del Reno, per qualche ora, proprio fino a Berna. Subirete anche una lezione pratica sulle possibilità dei fiumi intesi come mezzi di trasporto. Voto 10.

Sul... pesto alla genovese e le sue infrangibili leggi
Da genovese quante volte ho ascoltato quel fatidico "mi porti il pesto quando passi di qui?" oppure "se ti presenti senza pesto non ti apro neanche la porta" in procinto di visitare qualche amico fuori dalla mia città natale. E quante volte, ispirato dall'infrangibile legge tramandata di padre in figlio all'ombra della Lanterna, ho dovuto rispondere: "io te lo porto ma senza l'aria di Genova il pesto cambia gusto. Sa di menta". Poi ti capita, un po' per caso, che mentre sei a Losanna, ospite di una coppia di amici svizzeri francesi, Lei completamente ignara delle ipotetiche conseguenze tiri fuori quelle 7-8 parole che non ti aspettavi e che ti fanno storcere il naso (forse avrete sentito parlare qualche volta del mugugno genovese): "stasera pensavo di farvi la pasta al pesto!". "Sarà la fine", pensi fra te e te (in questo caso fra me e me!) ma dinnanzi a cotanta ospitalità decidi di prepararti al peggio con il sorriso sulle labbra. E poi? Poi la sorpresa. Quando il pesto non solo si presenta perfettamente consone alla tradizione del capoluogo ligure ad una prima analisi vista-olfatto, ma al momento dell'assaggio capisci che potrebbe ingannare persino uno degli abitanti più conservatori di Prà, non puoi far altro che rimanere piacevolmente allibito. E il fatto che Lei che non sia mai stata a Genova e ignori completamente ogni connessione tra la città e la "crema di basilico" rende tutto ancora più clamoroso. Altro che menta...

Bene. Direi che ora possiamo tornare a parlare di Web.

p.s. questo ritratto vacanziero mi ha fatto tornare in mente quello che ho scritto, tempo addietro, sulla Sardegna e sul Portogallo. Che non si vive di solo Web...


LEGGI TUTTO L'ARTICOLO E COMMENTA

giovedì 9 agosto 2012

Per un motivo soltanto...

Da oggi verso mezzogiorno, minuto più minuto meno, stacco.

Out, off, stop. 

Si, dopo molto molto tempo (talmente tanto che non ricordo l'ultima volta quando è stata...) metto temporaneamente (e sottolineo temporaneamente!) fine a questa vita sempre connesso, sempre a ribattere colpo su colpo, sempre sul pezzo rispetto all'ultima novità del settore, sempre a discutere, conversare e dialogare, sempre a postare, twittare, pinnare, condividere, sempre a scrivere (molto) e a leggere (moltissimo).

E, sia ben chiaro, che non lo faccio per la "grande sfida di stare offline" qualche giorno e poi raccontarlo in un (finto) un saggio sociologico (che pare vada tanto di moda al momento), e non lo faccio neanche perché senza Internet credo si possano riscoprire i valori reali della vita e, udite udite, neppure perché osservando da fuori questo pazzo carrozzone che è il social web io speri di avere illuminazioni particolari che mi rivoluzionino la professione.

Il motivo è uno soltanto. Semplice, piccolo, personale e tanto tanto tanto banale. Sono un po' stanco. Tutto qui.

E pazienza se al mio ritorno (niente suicidio digitale, torno molto presto, tranquilli) avrò da rispondere a 3000 email, avrò l'aggregatore di fiducia che scoppierà di 2000 articoli da leggere e mi sarò perso le ultime 1000 novità del settore. Anzi...

Sarà un piacere riprendere tutto da dove l'avevo lasciato. A partire da questo spazio che da oltre tre anni va avanti (credo e spero) sempre e comunque all'insegna del valore aggiunto senza mai scendere a compromessi con il calendario. A partire dalla consapevolezza che il nostro settore abbia ancora tanto bisogno di cultura per evitare che la sua totale massificazione lo renda terreno fertile per una possibile degenerazione. A partire dal chiodo fisso della ricerca di un equilibrio sostenibile per il difficile binomio ecologia dell'informazione economia dell'attenzione.

Insomma... A tra poco gente. Belli carichi.

;-)


LEGGI TUTTO L'ARTICOLO E COMMENTA

martedì 7 agosto 2012

Collezionisti e social network: verrà un giorno...

Chi trova un amico trova un tesoro. Chi trova 2000 amici, sta usando il suo profilo di Facebook.

Il costante ritornello che indica nei numeri gli indicatori del successo "sociale" risulta ormai monotono e stancante.

Ridurre ad una semplice cifra la nostra capacità di socializzare è una maniera fin troppo semplicistica di ingannarsi e, ancora peggio, di forzare la conversione degli spazi sociali in qualcosa di davvero assurdo.

Cibarsi letteralmente di contatti e raggiungere cifre inimmaginabili di seguaci, followers, fan e chi più ne ha più ne metta, non ha alcun valore in più di mettersi a collezionare figurine e, per di più, senza album.

E se ci concentriamo sulle marche, il fenomeno sembra andare ancora oltre: migliaia di presunti fan si stringono negli spazi sociali progettati dalle aziende, mostrando la propria fidelizzazione attraverso un semplice clic... Però tutti ormai sappiamo che un "mi piace" non vale una vendita. E che, di certo, l'equazione "maggior numero di fan = maggior numero di clienti" non è sempre realistica.

In questo senso, la smania di accumulare followers in maniera abusiva, anarchica ed egocentrica ci sta convertendo in semplici collezionisti.

E questo è talmente lampante, che se ci domandiamo dove è andato a finire il dialogo, vera essenza della comunicazione 2.0, probabilmente finiremo per parlare da soli.

Eppure, non ci si deve disperare, né tanto meno mettere in dubbio il vero valore delle reti sociali: la situazione attuale può e deve trasformarsi. L'unica cosa che dovremmo fare è convertire questa capacità di contatto in qualcosa di realmente rilevante e produttivo per noi e per gli altri.

Credo che sia giunto il momento che le esperienze che apportiamo attraverso i nostri spazi si focalizzino su cose, piccole e grandi, realmente utili.

Ed è utile promuovere questo necessario cambiamento sociale affinché impatti in pieno sulla promozione della educazione, il superamento della crisi economica, la gestione dei problemi, piccoli e grandi, individuali e collettivi, lo sviluppo di idee rivoluzionarie, per esempio... In breve, spingere verso la creazione partecipata di immenso spazio di social crowdsourcing che permetta finalmente di rendere sensata e redditizia la nostra presenza.

Aiutare gli altri è senza dubbio uno scopo nobile. Soprattutto perché ci permetterebbe di entrare in una dinamica del tipo "aiutarci, aiutandoci tra tutti".

Sono convinto che l'imminente razionalizzazione nell'utilizzo dei social network, a prescindere dalla piattaforma utilizzata, permetterà che il successo sia decretato dalla qualità di quello che proiettiamo, dalla capacità di generare cambiamento, di dar spinta alla collaborazione... E non tanto, nella nostra capacità di immagazzinare seguaci.

Verrà un giorno in cui le marche smetteranno di elemosinare fan nei propri profili, bacheche e timeline con l'obiettivo di giustificarsi, assumendosi un ruolo più sociale ed impegnato con i propri potenziali clienti, a cui regaleranno esperienze di cambiamento e trasformazione sociale che renderanno l'acquisto un'azione ben più complessa di una semplice acquisizione di un prodotto.

Verrà un giorno in cui i social network torneranno ad essere realmente sociali.

Verrà un giorno in cui l'utilità dei social network andrà ben oltre il "parlare".

Senza dubbio.


Traduzione libera di Las redes "sociales" no existen... de momento, di Juan Boronat Martin, Lasblogenpunto.  

Immagine via Tiragraffi


LEGGI TUTTO L'ARTICOLO E COMMENTA

venerdì 3 agosto 2012

Cosa devi sapere sugli #influenzer (7)

Dopo un periodo di pausa di qualche settimana dovuta (come nelle migliori tradizioni cinematografiche!) alla fuga del nostro protagonista MadWeb_32 (si mormora che l'InfluenZer sia scappato dalla sua board di Pinterest per cimentarsi in continue scorribande su Twitter ma poi vi abbia fatto ritorno, con le pive nel sacco, dopo tutte le polemiche sui fake account!), ritorna la vostra social web comics series di fiducia dedicata al sempre più discusso mondo dei "dominatori" del Web.

La puntata odierna (per la gioia di chi, come il sottoscritto, per le ferie dovrà attendere ancora un po'!) non poteva non essere dedicata all'estate e alle vacanze.

Vi siete mai domandati come un vero #InfluenZer si prepara per la partenza? Ve lo immaginate lì, mentre tra il contento (d'altronde va in vacanza!) e l'ansioso (come farà senza aver sotto controllo il Web intero!) si dedica alle proprie valigie?

Se non l'avete fatto, ci abbiamo pensato noi per voi... Et voilà!


Se vi siete persi le puntate precedenti non esitate a cercarle tra i meandri di questo blog oppure sulla board di Pinterest dedicata. Se poi siete appassionati di disegno vi consiglio di seguire la mamma del nostro InfluenZer...


LEGGI TUTTO L'ARTICOLO E COMMENTA

mercoledì 1 agosto 2012

Una Web Marketer a Mountain View [guest section II]

Torna a dar vita alla sua rubrica speciale la nostra Web Marketer di fiducia Emanuela Genovesi Picasso, impegnata in un periodo di formazione professionale negli Stati Uniti (e più precisamente S.Francisco e dintorni). Dopo averci raccontato il primo impatto con la cultura americana orientata al business, ecco che oggi, da reporter d'assalto dei "due mondi" quale sta diventando, ha deciso di raccontarci la sua giornata trascorsa presso la sede di Google, nella mitica Mountain View.

Sono proprio curioso...


Ben ritrovati! Scusate per la lunga assenza ma l’ultima settimana è stata davvero densa e ricca di avvenimenti, uno su tutti la visita a Mountain View, dove ho avuto il piacere di visitare alcune delle grandi aziende con sede in questa zona, tra cui Microsoft, Google, Noventi, LinkedIn e Panasonic.

Tutte le visite sono state interessanti e formative per capire la diversità dello stile di lavoro americano rispetto a quello a cui siamo abituati in Europa. In particolare ho piacere di raccontarvi della visita al complesso di Google, che mi ha davvero impressionato, molto di più di quanto potessi immaginare.

Googleplex, cosi viene chiamato il quartier generale di Google è una vera e propria città dove sono presenti più di 100 edifici. La nostra guida è stata un ingegnere italiano parte del team di Google Drive da circa un anno.

Il nostro tour è iniziato dal palazzo dove si trovano gli uffici di Larry Page e Sergey Brin. Prima l’edifico era totalmente aperto ai visitatori, ma da circa un anno è stato ristretto l’accesso ai piani superiori per motivi di segretezza, dovuti ai lavori per lo sviluppo di Google+.

Appena siamo entrati nell’atrio per registrarci ci ha colpito la visione di uno scivolo. Si proprio uno scivolo, che ci hanno spiegato essere utilizzato per raggiungere in maniera più veloce una delle tante micro kitchen. Le micro kitchen o mini cucine devono essere, per regola, presenti a non più di 20 metri da ogni scrivania. In questi mini bar, i dipendenti possono, servirsi autonomamente e prendere velocemente e gratuitamente caffe, cibo, bevande, frutta, snack.

Inoltre, all’interno del campus, sono a disposizione dei dipendenti più di 29 mense dove è possibile degustare cucine provenienti da ogni parte del mondo. I dipendenti possono consultare i diversi menu del giorno attraverso una pagine online e scegliere in quale mensa recarsi. Ci hanno raccontato che ogni nuovo assunto in Google di solito prende 5 kg, vista la qualità e quantità di cibo gratuito che si ha a disposizione.

L’azienda è però molto attenta alla salute dei dipendenti e in ogni mensa ci sono cartelli che invitano a mangiare cibi con poche calorie, e a scegliere piatti più piccoli per mangiare meno. La qualità di un’azienda inizia anche da qui, dipendenti più sani staranno meglio e lavoreranno più a lungo.

La nostra guida ci ha anche raccontato come funziona il lavoro all’interno di Google. Esistono posizioni di qualsiasi tipo: programmatori (le figure più ricercate in Silicon Valley), cuochi, autisti, bagnini, marketing, sales, business developer,…etc.

Qualsiasi sia il ruolo, la struttura gerarchica è molto piatta, in media composta da molti meno livelli rispetto all'Italia.

Quando un dipendente di qualsiasi ruolo, ha bisogno di un informazione può parlare direttamente con l’interessato, senza dare troppa importanza al livello della persona a cui fa la richiesta. La nostra guida ci ha raccontato della sua difficoltà iniziale, provenendo dalla realtà italiana era abituato a prestare molta attenzione ai ruoli: “Per loro è strano pensare in termini di ruoli, perché fare inutili giri di email quando puoi scrivere direttamente all’interessato? E se anche la persona interessata fosse Larry? Non c’è nessun problema a scrivergli, è molto disponibile.”

Naturalmente tra le tante domande che abbiamo posto c’è stata anche: come si fa per lavorare a Google? Naturalmente non è semplice. Si può compilare la domanda online. I colloqui vengono fatti da figure dello stesso ruolo e di solito se ne fanno tre con persone diverse prima di essere ammessi alla giornata di selezione presso una delle sedi, in cui si possono sostenere fino a sette test. In generale tendono ad essere molto selettivi e la politica è: nel dubbio, se la persona non convince per qualche motivo, è meglio non assumerla. Il loro obiettivo è quello di trovare veri talenti, e una volta trovati non vogliono lasciarseli scappare, offrendogli prima di tutto un buon stipendio e poi una serie di benefit tra cui l’ambiente di lavoro, servizi ed agevolazioni varie.

Una volta assunti è possibile fare carriera all’interno di Google? Certo, è molto semplice, se si ritiene di meritare un upgrade è sufficiente lavorare, dimostrando di avere le qualità che servono per il livello superiore e richiedere un avanzamento di livello. Di solito queste caratteristiche riguardano la difficoltà del lavoro o altri elementi specifici dei diversi ruoli.

La carriera non porta a cambiare ruolo, ma ad aumentare le responsabilità e le difficoltà specifiche della propria attività e di conseguenza anche ad un aumento di stipendio. Nel caso la richiesta non fosse accettata, viene spiegato il motivo suggerendo i punti sui quali migliorare. Sarà possibile poi ritentare in futuro.

L’orario di lavoro è libero, si lavora ad obiettivi e nel caso questi non venissero raggiunti, l’azienda aiuta il dipendente a capire il motivo e a migliorare. Oltre alla libertà di orario non è sempre richiesta la presenza fisica in ufficio, è facile che si possa lavorare da casa e nel caso di riunioni si può partecipare in video conferenza dalla propria abitazione.

I dipendenti possono scegliere se vivere all’interno del campus, a Mountain View o a San Francisco e ci sono navette dell’azienda che vanno avanti e indietro tutto il giorno per portare i dipendenti al lavoro.

In generale le idee "folli" sono molto apprezzate dall’azienda, che incita e supporta i dipendenti a sviluppare i propri progetti per il famoso 20% del tempo di lavoro. Pensate al giorno in cui un Googler chiese all’azienda, di avere a disposizione centinaia di automobili che girassero il mondo con installate macchine fotografiche sul tetto pronte a scattare foto di tutte le strade che attraversavano. Tutto ciò oggi ha un nome, Street Live View, ed ha rivoluzionato la nostra maniera di approccio a luoghi sconosciuti, costituendo un preziosissimo corollario delle Mappe.

Sono rimasta davvero molto colpita dalla visita a Googleplex: l’attenzione dell’azienda alle necessità dei suoi lavoratori è totale. Ma bisogna dire che questa non è una prerogativa esclusiva di Google e da queste parti si fa molta attenzione alla qualità di vita nei luoghi di lavoro, soprattutto all’interno delle grandi aziende che collezionano talenti e non vogliono lasciarseli sfuggire. Il valore della proprietà intellettuale e della qualità delle proprie risorse è davvero un elemento importante. Anche gli stipendi sono proporzionati al reale valore delle persone e non solo ai titoli di studio.

Spero di avervi trasmesso almeno una piccola parte delle grandi emozioni che ho provato vagando per questo immenso campus pieno di biciclette tricolori, spazi sportivi, videogiochi e sculture strane, in un ambiente che trasuda innovazione da tutte le scrivanie. Se vi trovate da queste parti vi consiglio davvero una visita, rimarrete sbalorditi.

Nei prossimi giorni vi racconterò della mia prima partita di baseball e di come il linguaggio sportivo faccia parte del mondo business. A presto.

ps: a questo link alcune foto che ho scattato e che vi aiuteranno ulteriormente a "sentire il profumo" di Mountain View!


NDR: update dell'articolo eseguito il 02/08 alle ore 9:45 


LEGGI TUTTO L'ARTICOLO E COMMENTA

Condividi

 
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.